in basso a destra: 34/ LEVIER
Ritratto maschile a mezzo busto di tre quarti rivolto verso sinistra. Lo sguardo è rivolto verso il riguardante. Ha capelli corti castani. Indossa giacca grigia, camicia bianca e cravatta nera. Nel taschino della giacca spunta un fazzolettino bianco. Lo sfondo è indefinito.
La figura dell’effigiato si dilata sulla superficie del supporto in forza della sua massa, ricostruita dalla fitta trama delle pennellate che si fanno più sottili e definitorie sul viso, sottolineandone con attenzione i tratti fisionomici. Purtroppo non esistono informazioni relative all’identità del giovane uomo che rivolge allo spettatore lo sguardo penetrante, ma leggermente malinconico. Spiccano in quest’opera le abilità ritrattistiche di Levier, che mette nuovamente a frutto le esperienze maturate durante il suo percorso formativo tra Monaco, Parigi, Zurigo e Milano. Dopo aver lasciato lo studio monacense del pittore Knirr, l’artista triestino si era, infatti, recato a Parigi entrando in contatto, da un lato, con la ricerca costruttiva e sintetica di Cézanne e, dall’altro, con le punte emergenti dell’avanguardia espressionista dei Fauves. Nel periodo bellico si era trasferito a Zurigo in Svizzera, per rientrare poi, al termine del conflitto, a Trieste. Da lì, tra il 1919 e il 1922, aveva preso la via di Milano dove si era stabilito prendendo a frequentare lo studio di Glauco Cambon. Dopo un breve soggiorno a Roma, verso il 1922, era rientrato definitivamente a Trieste reinserendo la propria attività nella vita culturale e artistica cittadina con frequenti partecipazioni a mostre personali e collettive allestite nel capoluogo giuliano. Il presente dipinto denota uno stile pittorico ormai consolidato: sul tessuto delle pennellate sfrangiate nella luce, si innesta il portato dell’impressionismo tedesco e del postimpressionismo parigino che attribuisce al colore improvvise accensioni espressioniste, appena trattenute dal contorno nero che, a tratti, rinserra la figura. Risalente al 1934, l’opera evidenzia, rispetto ad altre testimonianze coeve, una ricerca formale e volumetrica più risentita; mancano, inoltre, quelle accensioni cromatiche di lontana ascendenza espressionista – si veda ad esempio il Ritratto di Ranieri Mario Cossar nelle medesime raccolte museali (inv. 136/06) – che contraddistinguono dipinti realizzati nello stesso periodo. Sembra di cogliere, in questa particolare caratterizzazione stilistica, l’influsso delle poetiche novecentiste che imponevano volumetrie salde e colori stesi a corpo. Non si può escludere che su tale scelta avesse pesato anche il giudizio di Max Fabiani il quale, recensendo sulle colonne de «L’Eco dell’Isonzo» la Mostra giuliana d’Arte tenutasi, nel 1934, a Gorizia ebbe ad esprimere la propria delusione scrivendo che “non si può godere il paesaggio ed il ritratto di Adolfo Levier – pieno di note forti – senza un certo disgusto, provocato da una penerellata che ha di richiamo personale e troppo di bozzetto. Chi veste in società dimostrativamente differente senza motivo pecca di buon gusto. Così avviene che invece d’apparir nuovo, il Levier appare quasi passatista e rammenta le scuole da Libermann fino al Kokoska, oggi già superate. Concentrando la sua grande abilità tecnica, la sua forza di colori e di osservazione, più sulla qualità che sulla quantità, l’artista porterebbe la sua produzione, senza dubbio, a più alti livelli”. (GRANSINIGH 2007, p. 176)
Gransinigh V., Schede, in La Pinacoteca dei Musei Provinciali di Gorizia, Vicenza 2007
Sgubbi G., Adolfo Levier, Trieste 2001, 3