Scultura verticale la cui parte sommitale si caratterizza al centro per la presenza di un reticolo segnico che i vuoti si bilanciano con i pieni.
Giorgio Celiberti è il più noto artista vivente del Friuli. È il più giovane partecipante nel 1948 alla Biennale di Venezia, dopo aver frequentato nella città lagunare il Liceo Artistico e lo studio di Vedova. Incoraggiato dallo zio Angelo Modotto, fondatore della Scuola friulana d’Avanguardia, si trasferisce a Parigi nei primi anni ’50 e inizia una serie di soggiorni all’estero: a Bruxelles (1956), Londra (1957-1958) con viaggi negli USA e nell’America latina. Gli anni Cinquanta sono caratterizzati da colori accesi che si accostano al segno e dai temi in cui il ciclo delle serre si affianca ai paesaggi e ai ritratti. Nel 1957 si stabilisce a Roma e i suoi dipinti mostrano un superamento del naturalismo e un prevalere del segno per l’adesione alla pittura Informale. A metà degli anni ’60 ritorna a Udine e visita il lager di Terezin, un avvenimento che incide profondamente sulla sua opera e su cui tornerà più volte. Dagli anni ’60 comincia a dedicarsi alla scultura con una originale simbiosi tra espressioni plastiche e pittoriche: cavalli e cavalieri e il bestiario con gatti, uccelli capre. L’interesse per i graffiti infantili di Terezin gli fa riscoprire la tematica archeologica nei dipinti, ma anche nelle stele e nei bassorilievi. Espone regolarmente alla Biennale di Venezia e alla Quadriennale di Roma e allestisce un centinaio di mostre personali. Si dedica non solo alla pittura e alla scultura, ma anche alle arti applicate: vetri, stoffe dipinte, grafiche, gioielli nei quali rielabora i motivi della sua pittura. Numerosi i suoi interventi nella cantina di Cormons: nel 1983 è tra i primi 19 pittori invitati a dipingere una botte in cui compare la capra, nel 1989 una sua stele esposta nell’antologica di Villa Varda a Brugnera è posta nel cortile, mentre nel 1997 dipinge un fondo di una botte con cuori graffiti, simili a quelli ideati nel 1990 per l’etichetta del vino della Pace. Le stele in poliuretano e vetroresina si datano agli anni ’80. La più alta è tipica del primo periodo scultoreo di Celiberti, nella seconda più bassa la parte superiore forma un reticolo segnico in cui i vuoti si bilanciano con i pieni. Quest’ultima fu esposta nella grande antologica di Villa Varda a Pordenone, che raccoglieva le opere degli ultimi nove anni di lavoro dell’artista. Ormai la scultura prevale sul lavoro pittorico e date le dimensione si presta alle esposizioni all’aperto
Bucco G., Wine & Art, in Tiere furlane, Trieste 2015